21 aprile 2007

Intervista a Mia Couto

In occasione del riconoscimento a Mia Couto del Premio 2007 per la Letteratura Romantica, riteniamo interessante pubblicare un’estratto dell’intervista rilasciata dallo scrittore al quotidiano "Diario de Moçambique".


Mia Couto scrive storie che riscattano l’immaginario ancestrale mozambicano, profondamente radicato nella tradizione orale. Secondo Couto è possibile raggiungere l’essenza del Mozambico solo se vi è acesso ai differenti influssi culturali che configurano il complesso tracciato del Paese, in costante ricerca di sè stesso e della propria mozambicanità. Le opere di Mia Couto mirano a dare un volto al suo Paese, diviso tra mito e storia.

Hai vissuto l’infanzia e l’adolescenza nella città di Beira dove le culture europee, africane e indiane rimanevano separate per questioni razziali durante il periodo coloniale. Figlio di emigrati portoghesi, come sei entrato in contatto con il Mozambico? Chi sono state le tue guide nella scoperta dell’altra cultura?
Innanzi tutto Beira era una città molto particolare per la divisione razziale che esisteva e forse era l’unica località in tutto il Mozambico in cui questa diversità era più evidente. Beira, sino all’indipendenza, era una città mista in cui i margini degli spazi negri, bianchi e di altre razze si incrociavano. Vivere in questa città mi ha aiutato a comprendere meglio questo miscuglio di culture. Peraltro con noi viveva un bambino negro che i genitori avevano affidato alla mia famiglia per essere allevato. Era praticamente un fratello. L’Africa stava in casa con questo bambino e stava fuori casa, nelle strade e in qualunque angolo. Forse non ho conosciuto il Mozambico profondo ma ho vissuto i vari volti del Mozambico e il modo di rapportarsi tra loro. Parlo di “profondità” perchè è possibile raggiungere questo Mozambico profondo partendo dalle mescolanze di razze e dalle culture differenti, di culture africane di etnie diverse e Beira era una città in cui vi era immigrazione di altre etnie.

Ti consideri un contrabbandiere tra l’Europa e l’Africa, tra l’Occidente e l’Oriente. Questo implica un costante errare tra scritto e oralità. Non è forse una situazione privilegiata?
In effetti ho vissuto un periodo che mi ha consentito, senza fatica, di entrare in contatto con diverse culture. Sono un europeo che tenta di fare un viaggio in questi spazi culturali. Sono un punto di partenza e di arrivo in di una frontiera situata tra diversi territori.

Sei ritenuto uno dei narratori più significativi del periodo post-indipendenza. Tuttavia nei tuoi libri si scopre molta poesia. Forse poesia e prosa viaggiano unite?
Io provengo dalla poesia. Il mio primo libro è stato un libro di poesie. Non ho mai cessato di essere un poeta nel senso di tradurre la magicità della parola e credo di scrivere storie in forma poetica. Credo anche che la poesia sia d’aiuto nel rivelare una realtà che può essere raccontata solo attraverso un senso magico e una certa trasgressione tra verso e prosa, tra scritto e oralità.


È vero che il racconto “Le balene di Quissico” è basato su di un fatto reale?
Si tratta di una leggenda comune nelle zone costiere, dove la balena è vista come un animale generoso che giunge alla spiaggia per offrirsi alle persone.

Non vi è ambiguità in questo racconto nell’allusione al sottomarino?
Come scrittore mi situo nell’altro lato. Ho la libertà di non credere nella leggenda e posso adottare un altro punto di vista.

La colonizzazione ha lasciato in eredità un Mozambico diviso tra il litorale e l’interno che ancor oggi non dialoga. La letteratura potrebbe favorire questo dialogo e in che misura?
La sola letteratura non credo, ma assieme a tutte le altri arti è forse possibile aiutare questi due mondi ad iniziare a parlare tra loro e a conoscersi. Vi sono mondi in Mozambico incapaci di avere relazioni tra loro. Uno ha un atteggiamento egemonico ed è quello più vicino alla pratica europea e si impone all’altro come un delegato della globalizzazione e della modernità. Questo provoca uno scontro tra culture che non intendono perdere la loro identità. La letteratura da sola non ha la capacità di unire questi due mondi ma può essere un ponte tra questi universi lontani.

Esiste una certa necessità di fissare l’essenza del Mozambico. In Europa le notizie giungono diverse: da un lato si distribuisce l’immagine di un paese con siccità, alluvioni e violenza. Dall’altro appare come un raro esempio di un Paese che riesce a svilupparsi. Possiamo parlare allora di un mosaico multiculturale impossibile da definire in categorie precise?
Non esiste nessuna maniera di fissare un ritratto di questo Paese; l’importante è incrociare le diverse realtà. La singolarità è che io, come le generazioni precedenti di scrittori, siamo più vecchi che il nostro Paese: abbiamo trenta, quaranta, cinquant’anni e il Mozambico ha poco più di vent’anni. Noi stiamo collaborando per dare un determinato volto a questo Paese.