06 maggio 2007

Arsenale esploso a Maputo: solo un incidente?

Il 22 marzo di quest’anno il Mozambico ha vissuto una tra le più sanguinose tragedie dalla fine della guerra civile, il 3 ottobre 1992: l’esplosione di un arsenale nella capitale Maputo ha causato 105 morti e 500 feriti. Per il governo si è trattato di un incidente: il materiale bellico era vecchio e immagazzinato male. Ma per la stampa indipendente le motivazioni sono da cercare nel traffico illegale di mercurio.
Il 22 marzo l’arsenale dentro al bairro di Mahlazine, uno dei quartieri più popolari e popolosi di Maputo, è stato scosso da esplosioni per più di otto ore. Bilancio pesantissimo: 105 morti, tra i quali anche militari, oltre 500 feriti, di cui alcuni mutilati. Le abitazioni e le infrastrutture di 12 bairros vicini al luogo delle esplosioni, colpite dai proiettili e dai missili che schizzavano incontrollati fuori dall’ arsenale, hanno sofferto ingenti devastazioni. Un’ala dell’ospedale psichiatrico di Infulene è stata trapassata da un missile, con gravi danni materiali. Alcuni proiettili sono caduti vicinissimi alla pista dell’aeroporto, che è stato chiuso fino al giorno successivo.

Un caso non isolato

Il Mozambico non è nuovo a incidenti del genere. L’arsenale di Mahlazine, il più grande del paese, contenente, secondo le stime dell’esperto del SEESAC (South Eastern and Eastern Europe Clearinghouse for the Control of Small Arms and Light Weapons), 850 tonnellate di materiale bellico obsoleto, era già stato teatro di altre due esplosioni. La prima nel 1985, fece 13 morti e più di 100 feriti. La seconda, a gennaio di quest’anno, ha ferito 4 persone. Nel 2002 esplose un altro arsenale, a Beira, seconda città nel nord del paese; 6 i morti. La tragedia di Mahlazine è stata quasi una tragedia annunciata, arrivata in un anno in cui il paese si è dovuto confrontare in poco tempo con due emergenze nazionali: le piene dello Zambesi a nord e le distruzioni del ciclone Fávio nell’area turistica di Vilankulos.

Due diverse versioni

La versione prestata all’indomani della tragedia dal Ministro della Difesa, Tobias Dai, indicava nell’aumento di temperatura la causa dell’esplosione. Alcuni giorni dopo l’esplosione, un esperto del SEESAC, ha prodotto un rapporto, senza poter visitare il sito dell’esplosione. Due le cause principali dell’incidente: il deterioramento fisico o chimico delle munizioni, e più nello specifico, la “decomposizione autocatalittica di propellente che avrebbe portato alla combustione”. L’altra possibilità ventilata dal rapporto riguarda la possibile autocombustione di armi al fosforo bianco che, immagazzinate in cattive condizioni, avrebbero potuto danneggiarsi. Il rapporto sottolinea che le condizioni di immagazzinamento erano al di sotto degli standard internazionali.

La voce popolare aveva invece diffuso da subito sospetti più inquietanti, dal sabotaggio alle manomissioni delle armi contenute nell’arsenale per traffico illegale. La stampa indipendente ha ripreso queste voci, ipotizzando che l’esplosione dell’arsenale fosse legata al traffico internazionale di mercurio. La mattina dell’esplosione, secondo le fonti, un gruppo di persone, tra cui tre individui di nazionalità nigeriana, accompagnati da alti ufficiali delle Forze Armate, gli unici autorizzati, dietro permesso dello Stato Maggiore Generale, ad avvicinarsi al materiale bellico, erano entrati nell’arsenale e non ne erano più usciti. Le fonti riportano che esiste un fiorente traffico di mercurio che ha come centro il Sudafrica e che i ladri intendevano trasportare il materiale sfruttando il viaggio di stato del Presidente Guebuza verso il Sudafrica il giorno successivo. Nel travasare il mercurio, però, qualcosa sarebbe andato storto e questo avrebbe innescato la prima esplosione, poi propagatasi a tutto il materiale contenuto nel magazzino. La notizia è stata riportata anche dai media sudafricani, mentre il portavoce del Ministero della Difesa, il colonnello Joaquim Mataruca, ha smentito la possibilità, confermando anche che il conteggio dei morti comprendeva anche i militari di stanza presso l’arsenale.
Il 7 aprile la commissione di inchiesta nazionale ha confermato le tesi del rapporto SEESAC. Il rapporto non è stato reso pubblico, ma i risultati sono stati notificati con un comunicato della Presidenza della Repubblica. Tra le cause, la commissione identifica la vetustà dell’equipaggiamento, le cattive condizioni di conservazione, peggiorate dagli effetti dei fattori atmosferici e l’errore umano e smentisce la possibilità di un incidente dovuto al traffico di mercurio o al sabotaggio, consigliando la distruzione del materiale obsoleto e il trasferimento dell’arsenale in un luogo più isolato. Il Presidente della Repubblica ha accolto le conclusioni dell’inchiesta, predisponendosi a metterne in atto le raccomandazioni.

I quesiti ancora aperti

Una domanda però continua ad aleggiare sulla vicenda. La tragedia si sarebbe potuta evitare, dati i precedenti, molto recenti? Il Mozambico vanta il primato di spendere per il suo esercito la minore percentuale di prodotto interno lordo tra tutti i Paesi dell’Africa subsahariana. E’ anche un Paese in cui tutto è drammaticamente una priorità e in cui è difficile scegliere come allocare le risorse tra le molteplici necessità non rinviabili di quello che è uno tra i dieci Paesi più poveri al mondo. Questo spiega in parte perché le promesse di smantellamento dell’arsenale dopo l’esplosione di gennaio non siano state portate a termine. L’Institute for Security Studies, a think tank con sede in Sudafrica, sottolinea però che il Mozambico è legato al protocollo internazionale della SADC sul controllo delle armi da fuoco, che dispone in materia di possesso e immagazzinamento in condizioni di minima sicurezza delle armi da fuoco. L’esplosione ha mostrato che il Paese non rispettava le condizioni imposte dal Protocollo.

In un paese il cui 50% del bilancio dello Stato è finanziato dai paesi sviluppati e in cui i donatori hanno un ruolo non marginale nella definizione delle linee di indirizzo, ci si chiede come sia potuta accadere una tragedia annunciata da un identico, seppure meno sanguinoso, incidente meno di due mesi prima, senza che i donatori cercassero di prevenire la tragedia e invitassero il governo ad agire. Al tempo stesso, ci si domanda quanto le opinioni pubbliche di ciascuno stato donatore sarebbero state pronte ad accettare che parte dei loro aiuti andassero a finanziare la messa in sicurezza – non la distruzione – di un deposito di armi. Oppure, quanto i donatori sarebbero stati pronti ad accettare che una parte del bilancio dello stato, a cui essi contribuiscono direttamente, fosse stornata per lo stesso obiettivo. Meglio non pensare al problema, che sarebbe stato anche politico. Meglio gli aiuti di emergenza, dopo. Purtroppo, dopo 105 morti e 500.
Fonte: Nigrizia