27 agosto 2007

La città misteriosa


Beira è misteriosa. Colui che la visita per la prima volta non tarda a rendersi conto che esiste una contraddizione, quasi un antagonismo tra fascino e malinconia. Il fascino e la malinconia accumulata nel passato da molti dei suoi edifici modellati con stili inglesi, portoghesi e orientali. Il visitatore prova quasi un incanto, una magia di antichi ricordi inconsci che lo inducono a ritornare in questa città. La contraddizione, o l’antagonismo, sono nascosti anche nelle acque che circondano la città, il Chiveve da una parte e l’Oceano Indiano dall’altra e che abbracciano edifici pallidi ed incolori ma che tuttavia possiedono un loro particolare fascino. Si dice che “chi beve l’acqua del Chiveve non andrà più via”. In realtà vi è un legame inesplicabile che convince a tornare molti di coloro che visitano la città, senza che abbiano coscienza di questo incantesimo.
Vi sono città incantatrici e luminose. Beira, con il profumo dei frangipani, con i suoi fiumi che la circondano e il suo mare, è una di queste.
Da qui molte volte sono partito e qui sono sempre ritornato, colto da un indescrivibile sentimento quasi ipnotico. Beira ci prende con le sue mani e ci guida per le sue vie e le sue piazze. Lo scrittore Mia Couto, che qui è nato, lo descrive nei suoi libri ed il poeta Armando Artur lo testimonia nelle sue poesie.
L’ipnotismo che trasmette questa città ai visitatori deriva senza dubbio dalle sue finestre aperte sul mare e sui fiumi. Se m’interrogo sui motivi di questa dolce prigionia, dalle stesse finestre mi giungono le risposte della città, risposte che mi stringono come braccia: sono quelle del Chiveve, la voce del muezzin, le campane della Cattedrale, l’aroma delle spezie che esce dai negozi degli indiani, le stesse spezie e gli stessi aromi che i loro discendenti comperavano e rivendevano qui da secoli.
Beira ha quattro porte che la legano al mondo: quella del fiume, il Pungue; quella del cielo, l’aeroporto; quella del mare, l’Oceano Indiano e la via terrestre. Sono le finestre da cui il turista può fissare il presente e visitare il passato.
Se l’Oceano e la città si guardano, anche il Chiveve ha ritagliato i suoi spazi segnando i confini dei quartieri: Beira è ostaggio di questo piccolo corso d’acqua ed i quartieri sono sorti come penisole ed isole. Penisole come Palmeiras, Macuti, Pioneiros e isole come Macurungo, Matacuane, Munhava, Vaz.
Ogni volta che posso, rinnovo il mio affetto per Beira camminando dal Chaimite al Maquinino che il Chiveve ha diviso. Ripercorro con la fantasia i viaggi che, con i miei fratelli, facevamo con una piccola canoa lungo il percorso del Chiveve. Iniziavamo non appena la marea riempiva la Praia Nova e terminavamo al campo da Golf.
Alla fine del pomeriggio mi siedo in un caffè nella piazza del Municipio e contemplo la sommità degli edifici illuminati dal sole, un sole incantatore che dipinge la città di un colore dorato, facendo dimenticare l’aspetto trascurato delle sue case mentre alla sera, seduto in un ristorante in riva al mare, assisto allo spettacolo della luna che riflette sull’acqua il suo colore d’argento, lo stesso argento che ricopre la città ormai addormentata.

Tratto da un articolo dello scrittore Adelino Timoteo, apparso sulla rivista Indico, in occasione del centenario della città di Beira (20 agosto 2007).