24 febbraio 2013

Dopo l'alluvione serve la ricostruzione

La notizia non è di quelle che fanno facilmente breccia nei media, ma il Mozambico è stato colpito nelle ultime settimane da piogge torrenziali che hanno causato vittime e costretto all’evacuazione migliaia di persone. Le infrastrutture e la rete stradale hanno subito gravi danni e intere famiglie sono state costrette a cercare rifugio per giorni sui tetti delle proprie case o sugli alberi. La situazione è più difficile nelle regioni attraversate dal Limpopo, dall’Incomáti, dal Save, dal Púnguè e dallo Zambesi, ovvero i grandi fiumi che attraversano il Mozambico centrale e meridionale, in parte gonfiati per l’apertura delle paratie di alcune dighe.

In particolare il fiume Limpopo, che scorre dal Sud Africa, ha straripato i primi di febbraio, dopo diversi giorni di forti piogge, allagando la provincia di Gaza, la più colpita di tutto il Paese. Oltre 140.000 persone sono già state sfollate dalle loro case e si contano un numero ancora imprecisato di morti e dispersi” ha raccontato un’equipe di Medici Senza Frontiere (Msf) che dal 25 gennaio scorso cerca di rispondere all’emergenza nella città di Chokwe, a 225 chilometri a nord della capitale Maputo. Qui in alcune zone, la città si trovava sotto a un metro e mezzo d’acqua, case ed edifici sono crollati e in alcuni luoghi l’impianto elettrico è andato distrutto. “Abbiamo allestito un centro di salute all’interno del complesso del Carmelo Hospital, l’unica struttura sanitaria ancora funzionante. In due giorni, le nostre équipe hanno già effettuato 400 visite mediche. Stiamo curando persone che sono rimaste ferite durante l’inondazione e ci assicuriamo anche che i pazienti affetti da Hiv e Tubercolosi prendano le loro medicine e non interrompano la terapia” ha spiegato il coordinatore medico di Msf in Mozambico. 

Da alcuni giorni l’acqua comincia a ritirarsi, ma ci vorrà tempo prima che la situazione torni alla normalità e permetta di smobilitare il campo di Chiquelane, che ospita approssimativamente 40.000 persone sfollate da Chokwe e che al momento ha un’evidente carenza di acqua potabile e servizi igienici. 
L'inondazione che ha colpito con meno danni anche Zimbabwe, Madagascar e Sud Africa potrebbe essere più grave di quella del 2000. Ad affermarlo, oltre a numerose ong impegnate in Mozambico, anche i soccorritori dello staff locale di Save the Children, che dagli elicotteri hanno potuto constatare il drammatico scenario. “Succede spesso così” ha spiegato Filippo Ungaro responsabile della comunicazione di Save the Children: “Quando un paese povero, molto povero, comincia a rialzare la testa, vede il suo prodotto interno lordo crescere in maniera decisa, circa l’8% negli ultimi anni, accade qualcosa che lo fa tornare indietro precipitosamente. Sono stato diverse volte in Mozambico - ha proseguito Ungaro - e lungo la strada che da Maputo porta alla provincia di Gaza la più colpita dalle piogge, negli ultimi anni, si poteva vedere con i propri occhi l’effetto della crescita economica del paese. Un strada asfaltata (che spesso è un’eccezione in Africa), benzinai, negozi, industrie, lo stadio nuovo appena fuori la capitale. Mi auguro solo che la ricostruzione sia un’ulteriore occasione per migliorare le sorti del paese, per garantire diritti e servizi a tutti, distribuiti in maniera equa e giusta alla popolazione più vulnerabile”.
Occorre però intervenire subito. Se Save the Children ha garantito che non appena le condizioni lo renderanno possibile, “potremo portare soccorsi a 90 mila persone”, un allarme a riguardo arriva dalla Comunità di Sant'Egidio che in collaborazione con Farnesina e Governo italiano è stata la capofila delle trattative di pace che nel 1992 a Roma hanno posto fine a 16 anni di guerra civile in Mozambico. “Il Paese rappresenta un unicum per il continente e un modello, purtroppo ancora non superato in un’Africa dilaniata dalle guerre. La pace dura, supportata da due elezioni democratiche e da allora i programmi del Fondo Monetario, pur con qualche contraddizione, hanno iniziato a risollevare le condizioni di vita di parte della popolazione. Con il Sudafrica il Mozambico può indicare agli altri Stati africani come si può uscire dalla violenza senza violenza”, ma sa se affonda rischia di affondare la speranza per un Paese e un continente intero. 




L’acqua ha già fatto più di 200 mila senzatetto nella sola capitale, Maputo. C’è cibo solo per 300 mila persone e per soli tre mesi nelle scorte del World Food Programme. Solo per ricostruire i collegamenti ci vorranno 120 miliardi e un milione di persone sono rimaste senza casa, senza cibo e medicine”. Il quartiere di case di canne dove la Comunità di Sant'Egidio di Maputo faceva la scuola ai ragazzi di strada, 40 mila persone, più della metà sotto i 18 anni, non c’è più. Tutte le scuole e gli edifici pubblici contengono sfollati. Per questo la Comunità di Sant'Egidio ha avviato un piano di aiuti di emergenza che distribuirà direttamente con la sua rete di volontari presente in 38 punti del paese. Nessuno stipendiato. Mille persone che già vivono nel paese. Ma occorre l'aiuto di tutti e un intervento strutturato non può essere fatto senza una grande raccolta di fondi nazionale. “È una grande occasione. Far vivere il Mozambico è far vivere l'Africa e far vivere l'Africa è far vivere meglio anche l’Europa, senza la paura di assedi dal Sud del mondo. Il Mozambico poi è anche un po’ di casa, da noi. In nessun altro paese, forse neppure nei Balcani, l'Italia è stata così decisiva, con i caschi blu nell'accompagnare la transizione dalla guerra alla pace” ha concluso la Comunità .


Forse anche per questo dopo che l’Onu ha lanciato un appello al mondo e la Banca Mondiale ha garantito che erogherà 50 milioni di dollari per la ricostruzione dopo le alluvioni, anche il Governo italiano, con uno dei suoi ultimi provvedimenti, ha deciso di mettere a disposizione 200mila euro per il Programma Mondiale di Alimentazione in Mozambico. Il finanziamento della Cooperazione italiana sarà utilizzato per le attività di sicurezza alimentare ed in particolare per gli stock alimentari di emergenza da distribuire a chi è rimasto senza casa e lavoro.

 Fonte: Unimondo