13 dicembre 2013

Mozambico: passate le elezioni l'allarme resta rosso

Sotto lo spettro di un ritorno alla guerra civile, oltre tre milioni di cittadini di 53 città e distretti municipali del Mozambico si sono recati alle urne per il rinnovo dei sindaci e delle assemblee municipali.

Dopo vent’anni di rispetto degli accordi di pace che, nel 1992, posero fine alla guerra civile che opponeva il governo del Frente de Libertação de Moçambique (Frelimo) e i ribelli della Resistência Nacional Moçambicana (Renamo), nella seconda metà del mese di ottobre 2012, l’ex capo dei ribelli e presidente del principale partito d’opposizione, Afonso Dhlakama, in segno di protesta, è ritornato, con circa 800 uomini, alla sua antica base militare di Sadjundjira nella provincia di Sofala. Alla base di questo gesto dimostrativo vi è la Legge elettorale, contestata perché non garantisce la parità nella rappresentanza fra i contendenti in seno al Comitato nazionale delle Elezioni (CNE) e nel Segretariato tecnico d’amministrazione elettorale (STAE). In effetti, la Legge elettorale approvata nel dicembre del 2012 ha portato a 5 su 8 i seggi assegnati ai partiti politici, proporzionalmente alla loro rappresentanza in Parlamento. 


I 3 seggi residui spettano alla Società Civile (SC) che, secondo l’opposizione, è controllata di fatto dal partito di governo. La Renamo pretende un processo elettorale democratico, condotto da un quadro normativo che garantisca i principi di libertà, trasparenza, correttezza e parità di trattamento e d’opportunità per tutti i concorrenti in tutte le fasi del processo elettorale. Oltre al dissenso sulla Legge elettorale, oggetto delle contestazioni della Renamo sono anche la partitizzazione dello stato, del settore pubblico e delle Forze armate, la marginalizzazione dei partiti d’opposizione, la generalizzata violazione degli accordi di pace del 1992 e delle regole democratiche. In ambito economico, poi, la Renamo accusa il governo di discriminare i suoi membri nell’accesso ai posti di lavoro nel settore pubblico, nelle aziende pubbliche o partecipate e nell’accesso al credito. Perciò esige l’approvazione in Parlamento di una politica di ridistribuzione dei proventi delle risorse pubbliche tra tutti i cittadini e gli attori politici.  

A nutrire ulteriormente il clima di tensione politica è l’incapacità del governo del presidente Armando Guebuza di dare risposte efficaci a vari problemi cruciali, come la crescita della criminalità organizzata; le ondate di rapimenti e sequestri di persone, spesso con la complicità della polizia (inclusa la guardia presidenziale); lo spreco quotidiano dell’erario pubblico da parte dell’élite politica; la corruzione dilagante ad alto livello e istituzionale che arricchisce gli alti funzionari e impoverisce sempre più i beneficiari dei servizi pubblici; la politicizzazione e l’inefficienza del settore giudiziario; la sistematica violazione dei diritti umani; l’instaurazione di fatto di uno stato neopatrimoniale e la cronica questione della povertà. 


Nonostante la svolta operata nell’economia mozambicana, rappresentata dalla crescita media del 7 per cento del PIL negli ultimi 5 anni, nel 2008 e nel 2010 (e in forma meno radicale anche verso la fine del 2010), Maputo, la capitale, è stata teatro di due rivolte contro il carovita (costate una decina di morti), rivolte da leggere come allarmanti segnali della reale qualità del “miracolo economico” del Mozambico. Il ritrovamento di ingenti giacimenti di carbone, sabbie bituminose, titanio, diamanti, oro e gas naturale (che potrebbe fare del Mozambico il quarto produttore mondiale di gas dopo Russia, Iran e Qatar), ha aumentato la rilevanza strategica del paese e ha determinato un riorientamento delle relazioni internazionali, gestite dal partito al governo. Oltre alle antiche superpotenze mondiali come gli Stati Uniti, l’Italia, il Portogallo e la Francia, l’interesse per il Mozambico include anche paesi emergenti come Brasile, Australia, Cina, Thailandia e Malaysia. Mentre i cittadini mozambicani denunciano un aumento della disuguaglianza, con un ristretto gruppo dell’élite dirigente sempre più ricco, e grandi segmenti sociali sempre più esclusi, i donatori e gli altri membri della comunità internazionale, che pongono in primo piano i propri interessi economici, continuano a dipingere il Mozambico come un caso di successo nella lotta alla povertà e di crescita economica. Le vittime del presunto boom sono i contadini, costretti con la forza ad abbandonare i loro villaggi e i loro campi, senza nessun compenso, per fare spazio ai megaprogetti. 


Il passaggio da una semplice instabilità politica a un vero e proprio stato di guerra civile è stato avviato il 21 ottobre scorso, quando le Forças Armadas de Defesa de Moçambique (FADM), insieme alle Forças de Intervençao Rápida (FIR) assaltarono la base militare di Sadjundjira, senza comunque riuscire a uccidere o catturare Dhlakama. Per il governo, naturalmente, già la costituzione di un presidio militarizzato da parte della Renamo era da intendere come un atto di guerra. Nello stesso giorno, il portavoce della Renamo dichiarò nulli gli accordi di pace con il Frelimo del 1992, anche se poi fece un parziale passo indietro. Dallo scorso ottobre, oltre i frequenti scontri fra le FADM/FIR e gli armati della Renamo, si susseguono assalti a mano armata ai veicoli che percorrono la strada principale che collega il paese dal Sud al Nord. Interi villaggi sono rimasti deserti e altri continuano a essere abbandonati dai loro abitanti alla ricerca di un rifugio nella radura. 


Con l’eccezione della Renamo che, in coerenza con le sue obiezioni non ha voluto prendervi parte, e malgrado le tensioni, le elezioni municipali sono state volute vivamente sia dall’emergente secondo principale partito d’opposizione, il Movimento Democrático de Moçambique (MDM), che dal partito al governo e da molti cittadini. Le elezioni sono state sempre utilizzate per offrire, soprattutto all’opinione pubblica internazionale, l’immagine di un governo che s’impegna a rispettare la prassi democratica. Dopo il fallimento del blitz del 21 ottobre, che aveva forse lo scopo di uccidere Dhlakama e dare una “soluzione angolana” al problema politico mozambicano, le elezioni municipali dovevano servire da termometro per valutare la popolarità del regime, in vista delle elezioni generali e presidenziali del 2014. Per il MDM, che deteneva già i municipi di Beira (la seconda città del paese) e di Quelimane, consapevole della crescita della sua influenza, le elezioni sarebbero dovute essere una buona opportunità per affermarsi, approfittando della crisi politica che ha come protagonisti i due principali partiti. Per il popolo, che in una marcia storica contro l’instabilità politica, rapimenti e sequestri di persone, il 31 ottobre, aveva già manifestato il suo disagio, le elezioni costituivano un’occasione per punire il regime. Invece, è emerso che elezioni libere, eque e trasparenti rimangono ancora un’utopia per i mozambicani.


Un’analisi complessiva di tutto il processo suggerisce una conferma dei sospetti della Renamo, secondo cui, in Mozambico, il processo elettorale serve, non al progresso della democrazia, ma agli interessi del partito al governo. Infatti, il processo è stato macchiato da varie irregolarità, tra cui il frustrato tentativo di far passare come rappresentante della SC, e poi fare eleggere per la presidenza della CNE, João Leopoldo da Costa, un membro attivo del Frelimo che, dopo essere stato sconfessato dalla SC fu comunque sostituito da Sheik Abdul Carimo Sau, sostenuto anch’egli dal partito al potere. Durante il periodo della registrazione, nelle province d’influenza maggioritaria dell’opposizione come Sofala, Quelimane, Nampula, Tete e altre, i processi di registrazione dei potenziali elettori sono stati avviati in ritardo, o realizzati in giorni discontinui, con motivazioni banali: mancanza delle stampanti che dovevano ancora essere importate dal vicino Sudafrica, o assenza degli addetti. Nei municipi del Sud dove il partito al governo ha influenza maggioritaria, furono registrati anche potenziali elettori non appartenenti alla circoscrizione, mentre i delegati dei partiti dell’opposizione furono ingiustificatamente esclusi dalla composizione dei comitati di vari municipi e distretti municipali. I giorni della campagna elettorale (dal 5 al 17 novembre), il giorno stesso delle votazioni e i giorni dei conteggi e annuncio dei risultati preliminari, furono segnati da violenze fisiche, detenzioni, e uccisioni. Il caso più clamoroso di spargimento di sangue è quello di Quelimane, dove il venticinquenne Jaime Paulo Camilo è stato ucciso dalla guardia del governatore della provincia di Zambeze, mentre celebrava la vittoria del candidato del MDM. L’uso della violenza sembrerebbe fosse stato programmato dal partito al governo, soprattutto in Quelimane, dove la presidente dell’Assemblea della Repubblica e membro del Comitato politico del Frelimo, Verónica Macamo, rivolgendosi ai sostenitori del suo partito, nel 2012, avrebbe parlato del bisogno di riprendere il controllo del municipio di Quelimane, anche se ciò sarebbe costato la perdita di vite umane.


Dalle votazioni è stato evidenziato che, nonostante il governo del Frelimo abbia cercato di falsare i risultati, gli elettori mozambicani hanno voluto manifestare la propria collera contro un governo che da tempo si è alienato dagli interessi collettivi. Oltre le città di Beira e Quelimane (che erano già nelle mani del MDM, e i cui sindaci sono stati rinnovati con la maggioranza nelle assemblee), anche a Nampula (la terza città del Mozambico) il candidato del MDM ha vinto con il 54% dei voti, contro il 40% del candidato del Frelimo e, se nei municipi di Gúruè, Mocuba, Molange, Alto Molócuè, Dondo e Maromeu il Frelimo ha vinto, permangono forti i sospetti di frodi. Il dato più significativo è riscontrabile nelle città di Maputo (la capitale) e Matola: qui il Frelimo ha sempre avuto un predominio assoluto, questa volta ha vinto con solo il 9,5% e il 5% di differenza. È un segnale d’allarme per il governo del Frelimo.


Fermo restando che le elezioni del 20 novembre rappresentano un progresso per il regime democratico in Mozambico e un vivo desiderio dei cittadini di liberarsi dall’incubo dei due partiti firmatari degli Accordi di Roma, questa stessa svolta suscita tante altre incognite. Il governo di Guebuza ha costituito un comitato, presieduto dal ministro dell’Agricoltura, José Pacheco, che ha intavolato trattative con la Renamo. L’attacco a Sadjundjira ha avuto luogo nel giorno in cui i due comitati erano riuniti per la ventiquattresima infruttuosa seduta. Una volta fallito l’attacco contro il “santuario” di Dhlakama, il Frelimo potrebbe, ora, volere negoziare sul serio e, a questo punto, emergerebbe la questione del riconoscimento, da parte della Renamo, delle elezioni rette da una legge che ha direttamente contestato. In effetti, solo il 50,39% degli aventi diritto si è recato alle urne. 


All’interno stesso del Frelimo, le elezioni del 20 novembre sollevano molti problemi. La possibilità di far votare una revisione costituzionale che concedesse un terzo mandato a Guebuza è stata bocciata all’interno stesso del partito, prima di arrivare in Parlamento. Riuscito a essere riconfermato alla presidenza del partito, dal X Congresso, il ritardo dell’indicazione del candidato alle prossime elezioni presidenziali del 2014 potrebbe essere stato calcolato in funzione dello scontro finale con la Renamo. La “luce gialla” delle elezioni del 20 novembre potrebbe portare il Frelimo a scegliere una delle seguenti opzioni: o fare pressione su Guebuza perché indichi, da presidente del partito, il più presto possibile, il candidato alle elezioni del 2014 – scelta che a sua volta porterebbe a “sacrificare” Guebuza stesso come capro espiatorio per lavare l’immagine del partito; o, in solidarietà a Guebuza, il partito potrebbe preferire mantenere acceso lo stato di guerra, per non sottoporsi al verdetto delle urne nel 2014. È probabile che il Frelimo preferisca l’ultima scelta, ma se si pensa ai grandi investimenti fatti dalle multinazionali estrattive come l’americana ANADARKO, l’italiana ENI, la brasiliana VALE e l’australiana RIOTINTO, sotto la pressione di questi «giganti» il Frelimo potrebbe essere costretto ad accettare la prima ipotesi. 

Alfredo Manhiça,  Pontificia Università Antonianum.