15 aprile 2014

Mozambico: la Chiesa è in campo per difendere la terra dei piccoli contadini


Fabio D’Agostina, originario della provincia di Udine e ordinato sacerdote dal card. Walter Kasper, è arrivato in Mozambico nel maggio del 2000. Qui la presenza dei missionari saveriani è piuttosto recente: il primo gruppo, infatti, arrivò nell’ex colonia portoghese nel 1998. Apparentemente la situazione sociale è tranquilla anche se il conflitto tra Frelimo (partito al potere dall’indipendenza) e Renamo è come brace ardente sotto la cenere dopo la pace del 1992. Attualmente sono 11 i padri che operano in quattro missioni, tre nell’arcidiocesi di Beira e una nella diocesi di Tete.


Padre Fabio fa il parroco in una cittadina di 70mila abitanti, a 30 km da Beira (la seconda città con circa 500mila abitanti e con un porto che si affaccia sull’Oceano Indiano). Nella sua missione è coadiuvato dal messicano padre Enrique Casillas e, da poche settimane, da un altro italiano (Sante Gatto) che avrà il compito di studiare la lingua locale, il chisena.


Nei primi anni i saveriani si sono dedicati alla ricostruzione strutturale delle missioni, oggi hanno in animo di edificare una biblioteca per la missione di Chemba dove i religiosi gestiscono una scuola secondaria pre-universitaria con un migliaio di alunni e un convitto. La Chiesa in Africa è vicina ai problemi del popolo, fra questi il tema delle terre dei contadini. Non mancano difficoltà logistiche come l’assenza di acqua corrente in casa. “Da noi – racconta padre Fabio – vengono cristiani per ricevere consigli o poveri che chiedono un’assistenza materiale”. La parrocchia normalmente non elargisce denaro, ma piuttosto “dona il cibo necessario o compra ciò di cui hanno bisogno. Siamo in contatto con il gruppo della carità delle comunità (12 nella zona urbana e 12 in quella rurale) che formano la parrocchia, perché conoscono meglio e da vicino la situazione di chi avanza le richieste”.

La parrocchia vede in prima linea i laici che “svolgono un ruolo importante di collaborazione con i sacerdoti: noi ci occupiamo, invece, soprattutto della formazione dei vari ministeri”. A inizio anno davanti all’assemblea gli stessi catechisti insieme ai membri del Consiglio pastorale fanno “la promessa di mettersi al servizio del Signore e della comunità”.
La priorità resta la “formazione degli agenti pastorali. Bisogna pensare – precisa padre D’Agostina – che la Chiesa locale è molto giovane con le prime diocesi create negli anni Quaranta del Novecento. Non ha ancora una tradizione, comincia solo adesso a farsi le ossa, per cui anche l’inculturazione del messaggio evangelico va di pari passo con la crescita del popolo di Dio; non può essere il missionario straniero da solo a fare un’operazione che richiede tempi lunghi. Il desiderio è di far parte di questo processo, di sollecitarlo, per riuscire a far conoscere la grande libertà che ci offre il Vangelo”.


Per il missionario che viene da fuori è più difficile “cogliere gli aspetti tradizionali e culturali (come la paura) contrari al Vangelo e che incatenano le persone”. Quale paura? “La paura degli spiriti, la paura di vendette con la magia nera, la paura che esiste nelle persone e che le rende prigioniere”. Da questo punto di vista è normale, per capire le cause della morte o di fronte a gravi problemi, rivolgersi, anche tra i cristiani, allo stregone (il curandeiro): “Si ha più paura degli spiriti che fiducia nello Spirito Santo”. Non è comunque un segnale di resa. “La fede deve ancora trovare quelle radici profonde per portare quella luce che trasforma una cultura e fa brillare la Verità”. 

Fonte: Vatican Insider