07 aprile 2014

Mozambico, l’illusione della ricchezza


Un Paese ricco, una popolazione povera: l’espressione del Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz sembra adattarsi perfettamente al Mozambico. A poco più di vent’anni dalla fine di una devastante guerra civile, questo Stato dell’Africa orientale vuole diventare protagonista nel continente e i numeri diffusi dalla Banca Africana di Sviluppo dipingono un futuro roseo: 7,4% di crescita del Pil nel 2012, 8,5% nel 2013, ancora l’8% previsto nel 2014. Gas naturale, petrolio, carbone e investimenti stranieri nell’agricoltura sono alcune delle ragioni della fortuna del Paese, alla quale, però, quasi non partecipa proprio chi vive su quelle terre. Secondo l’ong FIAN International, che si occupa di diritto all’alimentazione, il 45% dei mozambicani vive con meno di un dollaro al giorno: se nel 2010 l’impennata dei prezzi dei generi alimentari ha provocato rivolte nella capitale Maputo, la situazione del 65% di abitanti che vive di agricoltura non è migliore.


Lo sa bene il vescovo di Tete, Inacio Saure, che di recente ha denunciato la situazione dei contadini della provincia, privati delle terre dai grandi investitori internazionali, e lasciati anche senza i risarcimenti che sarebbero loro dovuti. “È davvero un problema preoccupante: nella mia lettera d’apertura dell’anno pastorale - spiega il presule ad Aleteia - ho fatto un appello perché si guardi alle problematiche sociali della diocesi”. Quella di Tete, infatti, è tra le zone più colpite: secondo il dipartimento delle Finanze locale, le multinazionali che sfruttano le miniere di carbone  di Moatize hanno versato nel fondo destinato ai risarcimenti solo 7 milioni e 200.000 meticais (circa 162.000 euro), contro i 22 milioni dovuti.

Per le autorità statali - che in Mozambico sono proprietarie di tutta la terra, e possono concederla in usufrutto a singoli o imprese - i mancati versamenti impediscono anche di far funzionare i programmi di sostegno alle popolazioni, spesso spostate forzatamente in nuovi villaggi. Mons. Saure, però, dipinge uno scenario differente: “I progetti sono di grandi imprese che hanno accordi con il governo. Quando ci sono problemi, anche le autorità dovrebbero dire qualcosa!”. Invece “a livello locale si fa ciò di cui c’è bisogno, ma generalmente le decisioni vengono dall’alto, le autorità locali, di fatto, non hanno molto potere…”.

Non sono mancate, negli anni, proteste: le ultime, a maggio scorso, hanno visto diverse famiglie bloccare, con barricate e pneumatici in fiamme, la ferrovia che collega le miniere della multinazionale brasiliana Vale con i porti dell’Oceano Indiano. Il motivo della contestazione erano proprio le condizioni di vita nei ‘villaggi di reinsediamento’: poche terre coltivabili e servizi inesistenti. Il vescovo di Tete ha già assistito ad alcune di queste “rivolte della disperazione” e ricorda la più importante, quella di Cateme, nel 2011. Proprio la Vale aveva promesso agli abitanti, in cambio della terra, nuove case e posti di lavoro nella miniera, ma la realtà si è dimostrata diversa: “Sono andato nel villaggio - racconta il vescovo - e ho visto le case: erano state costruite male, e con le prime piogge avevano già cominciato ad avere problemi”.

Le manifestazioni erano state represse dalla polizia, prosegue mons. Saure, che spiega come una delle prime preoccupazioni della Chiesa sia proprio quella “di incontrare le autorità per discutere della questione”. Spesso, però, anche i religiosi hanno le mani legate: “Abbiamo buona volontà - dice il presule - ma mancano i mezzi: ad esempio, in caso di spostamenti forzati, la Chiesa vorrebbe intervenire proponendo di acquistare i terreni, ma non c’è denaro per farlo” anche considerando che si tratta di competere con le grandi disponibilità di imprese come l’indiana Jindal e l’anglo-australiana Rio Tinto.

Quello che la Chiesa può fare, conclude il vescovo, è “un lavoro d’accompagnamento, essere con la gente”, mentre il paese attende - tra l’altro - le elezioni generali del prossimo ottobre: difficile però che le cose cambino radicalmente, poiché l’élite politica del Paese ha avuto la sua parte di benefici dalla crescita sbilanciata. La figlia del presidente uscente, Valentina da Luz Guebuza - che guida l’impresa di famiglia - è stata inserita, a soli 33 anni, dalla rivista specializzata Forbes tra le 20 giovani donne più potenti d’Africa, e non ha mai voluto rivelare la consistenza del suo patrimonio.