16 febbraio 2016

Mozambico: due Chiese davanti ad una pace fragile

Tra il campo di Kapise, in Malawi, e la frontiera ci sono poche centinaia di metri, ma sono bastati a moltissime famiglie mozambicane per allontanarsi dalla paura della guerra. “In tutto il distretto, a gennaio, il numero di rifugiati era arrivato a 3.500 e quasi 300 sono nell’area di Nsanje”, elenca Carsterns Mulume, direttore della Caritas malawiana. A spingere queste persone alla fuga, attraverso un confine in molt i casi quasi virtuale, sono stati gli scontri nella provincia mozambicana di Tete, che a fasi alterne vanno avanti da mesi e mettono a dura prova gli sforzi ventennali della Chiesa locale per la pacificazione.

L’offensiva dell’esercito governativo è iniziata a giugno scorso, quando i soldati hanno attaccato alcune località in cui si sospettava si trovassero le basi della Resistenza nazionale mozambicana (Renamo), il movimento ribelle che si oppose alle autorità nella guerra civile conclusa nel 1992. 
   
Ma a far salire la tensione sono stati anche gli strascichi delle elezioni politiche del 2014: gli ex ribelli, da un ventennio costituitisi in un partito politico, non hanno ancora voluto riconoscerne i risultati che li vedevano sconfitti. Il loro storico leader, Afonso Dhlakama, recentemente ha minacciato di prendere il potere nelle province del centronord del paese, dove il suo movimento è più forte. 

Mentre è difficile capire quante siano state realmente le vittime degli ultimi scontri, la scelta di molti di cercare sicurezza oltreconfine ricorda, su scala più piccola, gli anni della guerra civile. “Lo scorso anno qualche migliaio di persone è fuggita dall’altra parte; molti poi sono rientrati ma hanno trovato uno scenario di distruzione: chi vive vicino al confine, spesso, la notte continua a tornare in Malawi e qualche colpo di arma da fuoco o la voce di nuovi attacchi basta a creare panico”, spiega padre Claudio Zuccala, missionario dei Padri Bianchi, dalla città di Tete, nel nordovest del Mozambico. 

In entrambi gli Stati, Mozambico e Malawi, le Chiese cercano di affrontare come possono questo scenario: “I rifugiati hanno bisogno di sostegno immediato, per mantenere condizioni di vita accettabili e per evitare che si diffondano malattie - chiarisce Carsterns Mulume dal Malawi - ma non possiamo sostenerli perché mancano le risorse”. 

Per la Chiesa mozambicana, invece, la sfida è quella della pace. Già durante la guerra civile fu l’allora arcivescovo di Beira, dom Jaime Gonçalves, a incaricarsi della mediazione insieme ai rappresentanti della Comunità di S. Egidio e del governo italiano.
Anche di fronte agli ultimi disordini, la conferenza episcopale è tornata a far sentire ufficialmente la sua voce: “deporre senza condizioni le armi e riprendere il dialogo tra le parti in conflitto” erano i punti principali della lettera diffusa dai vescovi lo scorso novembre. Ribadito in altre occasioni, l’appello sembra caduto, però, nel vuoto: il leader ribelle Dhlakama ha citato la Chiesa, insieme al governo sudafricano, tra i mediatori graditi, ma nessun segnale è arrivato dalla capitale Maputo. “Concretamente si riescono a ottenere meno risultati di quanto si facesse negli anni del conflitto: i documenti rischiano di rimanere sulla carta”, riconosce anche padre Zuccala.  L’attenzione al tema della pace, sul terreno, non è mai venuta a mancare: si sono moltiplicate celebrazioni, incontri e anche richieste formali alle parti in conflitto quando la tensione, negli anni, è tornata a crescere. Forte è stato anche il lavoro di base per mantenere la coesione sociale nel paese, dove la crescita economica recente è stata forte, ma mal distribuita, aprendo altre fratture tra la popolazione. Un altro compito, però, resta da intraprendere, ragiona il missionario: “La coscienza civica ancora quasi non esiste; mancano forze diverse da quelle dei partiti, che prendano iniziative e siano in grado di far respirare un’aria nuova”. Qui, prosegue, si apre uno spazio possibile per l’iniziativa della Chiesa: “Serve un’azione corale per individuare le radici del malessere e dei problemi che si vivono e formare una coscienza civile; dal pulpito e sul terreno, nelle comunità, possiamo fare molto, ma ora serve rivolgerci a un pubblico più ampio”.