21 gennaio 2017

Il difficile 2016 del Mozambico


Numerosi fattori congiunturali hanno obbligato quella che era una delle più promettenti economie dell’Africa sub sahariana a rallentare notevolmente e a ribassare, fino a dimezzarle, le stime di crescita per il 2016. 
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il Paese crescerà del 3,6% invece che del 6% inizialmente previsto. 
Nel frattempo la popolazione, che è ancora tra le più povere del mondo, paga il prezzo di un’inflazione al 30% e di una guerra civile che torna a intensificarsi.


  

IL BOOM DEL MOZAMBICO

Nei primi anni del 2000 il Mozambico era riuscito ad affrancarsi con successo da un passato caratterizzato prima dalla guerra per l'indipendenza e dopo dalla guerra civile. Questi conflitti ne avevano minato la stabilità e, di conseguenza, frenato lo sviluppo economico. Gli accordi di pace firmati nel 1992, lo svolgimento di regolari elezioni politiche nel 1994, una serie di riforme finalizzate a modernizzare il sistema economico, la riduzione del debito pubblico e una collaborazione con le più importanti istituzioni economiche mondiali (tre cui il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale), hanno determinato un boom economico tanto da essere chiamato Fenice Africana.
Nel quindicennio 2000-2015 il Mozambico è, infatti, cresciuto costantemente con tassi medi dell’8%. In un contesto di pace e stabilità politica che ha permesso al governo di investire massicciamente in settori strategici per lo sviluppo a lungo termine – agricoltura, allevamento, energia, infrastrutture e comunicazioni – e di rendere il Paese uno dei più attrattivi per gli investimenti esteri nell’Africa meridionale.  

Nel 2016 l’economia del Mozambico ha però subito una battuta d’arresto a causa di tre fattori principali: l’instabilità politica dovuta al riaccendersi della guerra civile, lo scandalo dei debiti e il crollo dei prezzi delle materie prime.

Le elezioni politiche del 2014 hanno consegnato le chiavi del paese al presidente Nyusi e al suo partito, il Frelimo, al potere dal 1975. I risultati delle elezioni sono stati contestati dal principale partito di opposizione del paese, la Renamo, deciso a voler governare nelle sei province in cui ha ottenuto la maggioranza. Il braccio armato della Renamo ha quindi intensificato le operazioni militari contro l’esercito governativo, soprattutto nelle regioni centrali del paese. A seguito di queste rinnovate ostilità, si registrano oggi numerose violenze e diverse popolazioni sono state costrette a lasciare i propri villaggi e a cercare asilo al di fuori dei confini nazionali.


Per stemperare le tensioni tra governo e ribelli e nell’ottica di ritrovare una pace duratura, al centro del dibattito politico del Paese è stata avanzata la proposta di riformare la costituzione e la forma di governo del Mozambico in chiave federale per garantire maggiore autonomia di governo alle realtà locali. La stesura della proposta è stata affidata ad una commissione composta da rappresentanti del governo e del partito d’opposizione Renamo. Tuttavia, la commissione non è stata ancora in grado di produrre un testo condiviso, nonostante il termine per la presentazione di un primo documento fosse stato fissato per il 30 Novembre.


LA QUESTIONE DEL DEBITO
Il debito pubblico del Mozambico ha subito una drastica riduzione nei primi anni del 2000. Tra il 2001 e il 2002 è passato dal 117% del PIL al 78%. Tra il 2002 e il 2007 è poi ulteriormente sceso dal 78% del PIL al 39%. Grazie a quest’operazione di risanamento delle finanze statali il Mozambico è stato in grado sia di rendersi fortemente attrattivo per gli investitori esteri che di acquistare la fiducia dei mercati internazionali. Tuttavia, dal 2011 il debito pubblico ha ricominciato a salire e rischia adesso di tornare, secondo l’agenzia di rating Fitch, a quota 100.1% del PIL nel 2017. Ad aggravare la questione del debito e la sfiducia degli investitori esteri s’inserisce la notizia della scoperta, da parte del Fondo Monetario Internazionale, di numerosi debiti, per un totale di un miliardo di dollari circa, contratti dal Mozambico e nascosti allo stesso Fondo Monetario, ai donatori internazionali e agli investitori. In seguito a questo scandalo numerosi prestiti sono stati sospesi e i donatori hanno cancellato gli aiuti promessi al Mozambico. Il governo si ritrova ora costretto a cercare un accordo di ristrutturazione con i creditori perché impossibilitato a restituire l’intero ammontare finanziato.


I SETTORI IN CRISI
 
Ulteriore fattore di sofferenza per l’economia del Mozambico è stato il drastico calo del prezzo delle materie prime a livello globale. 
L’economia del Mozambico dipende soprattutto dalle esportazioni di materie prime quali carbone, alluminio, gas e petrolio. Con una domanda interna che ancora non è sufficiente a sostenere l’economia, il Mozambico è un paese particolarmente sensibile alle fluttuazioni dei prezzi nei mercati internazionali. A sottrarre valore a un’economia già povera come quella del Mozambico ha contribuito, poi, una grave siccità dovuta al fenomeno climatico El Niño che ha distrutto ettari di colture e portato alla morte di interi pascoli.

Nonostante un quadro economico in chiara sofferenza, gli investimenti esteri in materia di estrazione di gas naturale non si sono affatto fermati. Al contrario, sulla scia della scoperta nel 2012 di importanti giacimenti al largo delle coste del Mozambico, l’industria dell’estrazione del gas è in pieno boom e, nei prossimi anni, rappresenterà un settore strategico di sviluppo per il paese. Le operazioni in questi due giacimenti sono guidate dalla italiana Eni attraveso la Eni East Africa (che detiene il 70% dei diritti di estrazione della zona), dalla portoghese Galp (10%), dalla coreana KOGAS (10%) e dalla società pubblica mozambicana ENH (10%). 
La scommessa del Mozambico per il futuro si gioca su queste poche ma decisive partite: il raggiungimento di una pace duratura, il risanamento delle finanze pubbliche e la cooperazione internazionale per la gestione dei giacimenti di gas. 
L’opinione pubblica è fiduciosa: l’economia del Mozambico ha dato dimostrazione di saper essere incredibilmente dinamica e non faticherà a tornare ad essere un modello di sviluppo sostenibile per l’intero continente africano.

Fonte: Caffè Geopolitico