04 ottobre 2017

Mozambico: 25 anni di pace

Storia di un paese uscito dalla guerra e dalla povertà. 


Sono passati 25 anni dal 4 ottobre 1992, festa di S. Francesco. Quel giorno, a Roma, il presidente mozambicano e segretario del Frelimo Joaquim Chissano e Afonso Dhlakama, leader della Renamo, la guerriglia che lottava dall’indipendenza contro il governo di Maputo, firmavano un Accordo Generale di Pace che metteva fine a 17 anni di guerra civile (centinaia di migliaia di morti, oltre 4 milioni tra sfollati interni e profughi nei paesi confinanti).
 
La firma concludeva un lungo processo negoziale, durato un anno e qualche mese, portato avanti nella sede romana della Comunità di Sant’Egidio, in locali non grandi, ma accoglienti, in un giardino dove spiccano banani che fanno pensare all’Africa e un grande ulivo che ci ricorda che si può ricominciare a collaborare dopo il diluvio di fuoco della contrapposizione armata. Lì, a Trastevere, alcuni membri della Comunità (il fondatore, Andrea Riccardi, e un sacerdote, Matteo Zuppi, oggi arcivescovo di Bologna), un vescovo mozambicano (Jaime Gonçalves, ordinario di Beira, recentemente scomparso) e un “facilitatore” espressione del governo italiano (Mario Raffaelli), avevano pazientemente tessuto un dialogo tra chi si combatteva in nome dell’ideologia e del potere. Avevano imbastito un quadro negoziale all’insegna dell’unità del popolo mozambicano, alla ricerca di ciò che unisce e non di ciò che divide.


Con l’Accordo Generale di Pace si stabiliva la consegna delle armi della guerriglia alle forze dell’ONU, l’integrazione degli ex combattenti nell’esercito regolare, le procedure di sminamento e di pacificazione delle zone rurali, una serie di passi destinanti a trasformare il confronto armato tra le parti in una competizione fondata sulle regole costituzionali e democratiche. Le elezioni del 1994, le prime veramente libere nella ex colonia portoghese, avrebbero sancito il successo dell’intero percorso negoziale e consegnato al Mozambico a una stagione nuova, fatta innanzitutto di pace.


La pace ha messo in moto un processo di normalizzazione della situazione e di crescita economica e sociale. Un percorso non semplice e non lineare, ma anche un grande esempio di come uno stato può lasciarsi alle spalle le gigantesche difficoltà e sofferenze di una guerra civile, per affrontare le sfide sempre complesse, ma più piccole e più gestibili, dell’economia, dei rapporti internazionali nel mondo globalizzato, della diversificazione sociale, del rafforzamento di una coscienza civile.


La storia di questi decenni di dopoguerra è stata caratterizzata a volte da una dialettica politica aspra, con punte di aperta conflittualità (tra il 2013 e il 2014 Dhlakama, non sentendosi garantito, aveva ritrovato la via della foresta e costretto la comunità internazionale a un nuovo sforzo di mediazione), nonché dal timore, vivo nel partito al governo, di un’alternanza democratica, persino a livello locale, quasi che essa potesse minare l’unità del Paese, il quale però ha via via guarito le proprie ferite, ricostituendo la rete delle infrastrutture e delle comunicazioni, rafforzando i sistemi scolastico e sanitario. In alcuni campi si è persino raggiunto un’eccellenza continentale.

Da un punto di vista economico-sociale in 25 anni è cambiato tutto. Il Frelimo ha messo da parte l’ideologia marxista ed è divenuto un convinto assertore del libero mercato, tanto da essere indicato come un allievo modello del Fondo Monetario Internazionale. 
Il partito che aveva guidato il Paese ed aderito al Comecon, l’organizzazione economica dei paesi comunisti legati a Mosca, ha finito per varare un piano di privatizzazioni tra i più estesi e radicali, ed è riuscito a raggiungere risultati macroeconomici importanti. La nomenklatura di ieri si è rapidamente trasformata in una borghesia imprenditrice. Un fenomeno che si è rafforzato negli anni Duemila, quelli della crescita del PIL a ritmi elevati, tanto da permettere l’emersione in diverse grandi città (Maputo, Beira, Nampula) di una nuova classe media con i vantaggi e gli svantaggi di questo processo. Le città sono divenute i luoghi delle mille opportunità, il traffico che si snoda a tutte le ore per le vie della capitale è di macchine di grossa cilindrata. Ma è vero, d’altra parte, che sono cresciute le disuguaglianze, come pure la corruzione, mentre il comunitarismo dei “giorni dell’indipendenza” ha lasciato spazio a una competizione dai tratti a volte feroci.


Alla firma della pace di Roma i leader mozambicani ereditavano un paese stremato da trent’anni di guerra, prima anticoloniale e poi civile. Il Mozambico era tra i paesi più poveri del pianeta, malgrado il vasto territorio fosse potenzialmente assai ricco di risorse e opportunità economiche: carbone, gas naturale e probabilmente di petrolio. 
Con la liberalizzazione dell’economia gli investitori hanno gareggiato per acquisire le attività privatizzate, per operare appunto nel settore energetico e minerario, per lanciare progetti turistici sulle coste mozambicane.

Un processo così rapido ha anche mostrato i suoi limiti, come pure si è palesata la “maledizione delle materie prime”. Il modello di sviluppo non si è rivelato inclusivo a sufficienza, ha accresciuto il numero dei benestanti, ma anche quello dei marginalizzati. 
E i grandi progetti di investimento, legati in particolare allo sfruttamento del sottosuolo e dell’off-shore, non hanno avuto ricadute occupazionali all'altezza delle aspettative, tanto più dopo la caduta dei prezzi delle materie prime. Così oggi il Mozambico affronta la riduzione delle riserve di valuta internazionale, il crollo della moneta nazionale e l’innalzamento del debito pubblico.

Ma, appunto, questi sono i problemi della pace. Quale paese non li ha?  Con tutte le sue difficoltà, in un mondo che vive una terza guerra mondiale a pezzi, quel Paese allungato sull’Oceano Indiano non fa parte del patchwork. 

E allora buone nozze d’argento con la pace, caro Mozambico, e mille di questi giorni!

 


 Fonte: Comunità S. Egidio