29 settembre 2020

Covid19: si allontanano gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

 

 

Secondo un recente rapporto della Gates Foundation, la pandemia Covid-19 ha causato un incremento del 7% della povertà estrema, con altri 37 milioni di persone che vivono al di sotto di 1,90 dollari al giorno. La quarta edizione di questa ricerca presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si basa su un set di dati aggiornato che mostra come la pandemia stia influenzando i progressi verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Mentre nei primi tre rapporti, la Fondazione Gates aveva registrato progressi costanti sugli Obiettivi, dalla riduzione della malnutrizione al miglioramento dell’alfabetizzazione, il rapporto 2020 illustra come Covid-19 abbia bloccato e invertito questa tendenza positiva. Ad esempio, l’Institute for Health Metrics and Evaluation, partner nella raccolta e analisi dei dati della Fondazione Gates, ha scoperto che la pandemia farà scendere la copertura vaccinale a livelli che erano stati osservati l’ultima volta negli anni ’90. Secondo i primi trend registrati, nell’Africa sub-sahariana lo shock economico causato dal Covid-19 è destinato a incidere sul numero di persone che soffrono di insicurezza alimentare che dovrebbe aumentare da 83 a 132 milioni.


Dati che spingono il magnate americano a denunciare un potenziale arretramento di 25 anni in poco più di 25 settimane; questo il messaggio dirompente che è stato presentato a New York alcuni giorni fa durante la presentazione di questo lavoro di ricerca.

Le proiezioni presentate da Gates si innestano su altri dati allarmanti recentemente presentati sempre in ambito Nazioni Unite. Uno studio delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, ha messo in discussione i progressi proclamati da alcuni leader mondiali. Il rapporto sostiene che il valore minimo dell’indicatore, al di sotto del quale scatta la categoria di povertà estrema, e che al momento corrisponde all’equivalente di 1,90 dollari al giorno in valuta locale, sia esageratamente basso, ben lontano dal soddisfare le esigenze fondamentali delle persone, come quella di seguire una dieta giornaliera di 2100 calorie e di vivere in uno spazio dignitoso. Secondo il Rapporto, la cifra minima sarebbe di 2,63 dollari nei Paesi in via di sviluppo e 3,96 dollari in quelli ad altro reddito. Elementi che mettono fortemente in discussione la misurazione della povertà da parte dei grandi attori internazionali e che potrebbero moltiplicare i numeri reali dei poveri a livello globale.

Anche la Banca Mondiale percorre la strada della preoccupazione, affermando in un rapporto che la pandemia porterà alla prima recessione economica registrata in 25 anni nell’Africa subsahariana, con una crescita in calo dal -2,1 al -5,1% nel 2020, contro il 2,4% in 20 anni.

L’impatto immediato della recessione si potrebbe sentire soprattutto nelle aree urbane e nel settore dell’economia informale, che occupa circa l’80% della popolazione nei paesi a basso reddito. Le perdite di produzione associate alla pandemia di Covid-19 vengono stimate dalla Banca Mondiale trai 37 e i 79 miliardi di dollari nel 2020, a causa di una combinazione di fattori quali l’interruzione degli scambi commerciali e delle catene del valore, che penalizza gli esportatori di materie prime e i paesi altamente integrati nelle catene del valore globale; la riduzione dei flussi finanziari esteri (rimesse dei migranti, entrate del turismo, investimenti diretti esteri, aiuti esteri); la fuga di capitali; l’impatto diretto della pandemia sui sistemi sanitari e le interruzioni dovute alle misure di contenimento e alla risposta della popolazione


 

28 agosto 2020

La fame provocherà più vittime del Covid

Fino a 132 milioni di persone in più rispetto alle previsioni potrebbero sprofondare in condizioni di fame.

Il mondo sta precipitando verso una crisi alimentare senza precedenti innescata dal Covid-19, che potrebbe causare più vittime del virus stesso. Secondo uno studio elaborato da Oxfam, entro la fine dell’anno fino a 12mila persone potrebbero morire ogni giorno per fame legata, in modo diretto o indiretto, agli effetti del nuovo coronavirus. Un numero persino maggiore dei morti legati alla pandemia stessa e legato ad un aumento superiore all’80% delle persone per le quali il cibo rappresenta un fattore di criticità.

Stime aggiornate indicano che 132 milioni di persone in più rispetto a quelle previste potrebbero sprofondare in condizioni di fame entro la fine del 2020; un dato tre volte maggiore rispetto a quelli registrati negli anni precedenti di questo nuovo secolo. La pandemia ha stravolto le catene di approvvigionamento alimentare, minando le economie ed erodendo in modo progressivo il potere di acquisto dei consumatori.
Analisti ed esperti sottolineano che il Covid-19 ha messo in luce alcune fra le più profonde disuguaglianze esistenti nel mondo, acuendo le divisioni sociali globali mentre i più ricchi continuano a godere di un ritmo vertiginoso di accumulo di ricchezza. E milioni di persone sono state licenziate e non hanno abbastanza soldi per sfamare la propria famiglia.

Oltre al disagio economico, i lockdown prolungati e l’interruzione delle catene alimentari hanno creato seri problemi nella distribuzione di cibo. In tutto questo, gli effetti saranno di lunga durata tanto che pur nelle proiezioni migliori, le Nazioni Unite prevedono che la fame sarà maggiore nel prossimo decennio rispetto alle previsioni prima della pandemia. Entro il 2030, il numero di persone denutrite potrebbe raggiungere i 909 milioni, rispetto allo scenario pre-Covid di circa 841 milioni.

La crisi alimentare può innescare veri e propri terremoti all’interno del panorama politico e istituzionale. Ripensando alle giornate convulse della rivoluzione francese, l’insicurezza alimentare ha spinto le persone a scendere in strada e protestare contro l’aumento dei prezzi e per chiedere condizioni migliori.

Ai giorni nostri, l’inflazione e la scarsità di risorse sono alcuni dei fattori che hanno contribuito ad esasperare le proteste in Libano e, oltreoceano, in Cile all’inizio dell’anno. In questo contesto di pandemia, “i nostri sistemi alimentari - avverte l’Onu - stanno fallendo

02 agosto 2020

ENI in Mozambico: pericolo per il clima



Sta partendo in Mozambico un gigantesco progetto di estrazione del gas, per conto di Eni, giudicato deleterio sia per il clima che per la biodiversità.

Poco tempo fa il presidente della repubblica del Mozambico, Filipe Nyusi, ha firmato un importante accordo con Eni. La compagnia italiana si è aggiudicata un maxi-contratto per lo sfruttamento di giacimenti di gas offshore (ossia, a mare aperto). Un affare che ha tutte le prerogative per essere molto proficuo per le tasche dei firmatari, ma anche pericolosamente nefasto per la salute ambientale.

Di cosa si tratta
Al di sotto del fondale marino ci sarebbero ben 5 miliardi di metri cubi di gas naturale da estrarre. Per questo scopo è prevista la costruzione di sei pozzi sottomarini, colleganti all’impianto di produzione galleggiante e che attingerebbero a un giacimento a 2.600 metri di profondità. Numeri impressionanti.

Lo sanno bene le multinazionali delle fonti fossili, le quali hanno fortemente spinto affinché si intraprendesse il progetto. Oltre all’italiana Eni, sono coinvolte anche la statunitense ExxonMobil e la francese Total.

Queste compagnie avrebbero deciso di investire cifre elevate per finanziare l’operazione di estrazione – solo la Total avrebbe concesso 25 miliardi di dollari – con l’obiettivo di iniziare a sfruttare il giacimento già a partire dal 2022.

Ma sicuramente il ruolo predominante nell’affare lo occupa Eni. Il colosso energetico, rappresentato dall’amministratore delegato, ha firmato il contratto per il progetto denominato “Coral South LNG”.

Come dichiarato, si tratta di un piano che punta alla “messa in sviluppo e produzione delle importanti risorse a gas” del bacino del Rovuma, all'estremo nord del Mozambico. Una volta estratto, il gas liquefatto verrà venduto alla BP (British Petroleum), la società inglese che rappresenta uno dei quattro maggiori attori a livello mondiale nel mercato dei combustibili.


I vantaggi per il Mozambico

“Per il Mozambico è il primo passo verso la messa in produzione delle ingenti risorse del bacino di Rovuma, per Eni è la conferma della validità della nostra strategia di sviluppo, che guarda al gas come risorsa chiave per la riduzione delle emissioni di CO2 “

Queste sono le parole dell'Eni, sottolinenado che si tratta di un contratto bilaterale anche dal punto di vista dei vantaggi e che, a beneficiare del progetto, non saranno solo le compagnie energetiche.

Infatti Coral South – a quanto dichiarato da Eni – comporterà, economicamente parlando, investimenti per 8 miliardi di dollari e si stima un tornaconto di oltre 16 miliardi per le casse del Mozambico. A questo bisogna poi aggiungere la creazione di nuovi posti di lavoro e l’incremento di industrie e servizi sul territorio a supporto delle operazioni.

Eppure, non tutti sono dello stesso parere. Fernando Lima, giornalista mozambicano di rilevanza internazionale, si è fortemente scagliato contro questo progetto, etichettandolo come un’altra forma di controllo e sfruttamento su un paese africano, esercitato da “forze esterne”.

    “Non mi risulta che porti occupazione ai mozambicani, almeno per quanto riguarda il Coral South. Questo progetto monterà una piattaforma galleggiante, occuperà poca mano d’opera, soprattutto quella locale, e sarà operativo solo nel 2022, se non più tardi.”

Il paese africano da anni riversa in una situazione economica abbastanza gravosa a causa della stretta inflazionistica che grava sui cittadini: secondo le stime, nel giro di un paio d’anni, l’inflazione è passata dal 13,5% al 21%.
Tuttavia, se il profitto economico sarà elevato, il prezzo che il nostro Pianeta dovrà pagare in cambio è davvero troppo alto: estrarre e poi bruciare tale fonte fossile servirà solo ad annullare gli sforzi impiegati negli ultimi anni dalla comunità internazionale al fine di contrastare i cambiamenti climatici. Senza contare i danni di cui sarà vittima l’ambiente locale, in particolar modo la biodiversità marina.


Secondo quanto riportato dall’associazione ambientale francese “Les amis de la Terre”, si tratta di un progetto le cui dimensioni “rappresentano sette volte le emissioni annuali di una nazione, come la Francia”. Già solo questo è sufficiente per comprendere la portata del problema a cui si sta andando incontro.

Come sottolineato da Les amis “Nessuno ha esitato a immergere il paese nella trappola del combustibile fossile, anche se ciò significa peggiorare la crisi climatica, essere complice delle violazioni dei diritti umani e delle pratiche corrotte.”