10 dicembre 2019

Rapporto Censis 2019: aumenta l'attivismo ambientale


I dati del rapporto Censis 2019 danno una fotografia del nostro paese segnata dalla parola “incertezza”. Se i numeri inquadrano la condizione di un paese ampiamente toccato da ansie e pessimismo, sono positivi i dati legati al tema dell’aggregazione sociale, del volontariato e della sensibilità ambientale.
Nel 2017 la parola chiave del rapporto Censis fu «rancore» e nel 2018 «cattiveria», ora, la parola che sembra dominare il rapporto annuale del Censis che fotografa la società italiana è «incertezza». Questo è lo stato d’animo con cui il 69% di noi guarda al futuro, secondo i dati. Il 17% si dichiara pessimista e solo il 14% riesce a progettare e immaginare il domani con ottimismo. Se l’incertezza domina un mondo cresciuto negli ultimi anni all’insegna del «cattivismo», non stupisce che il 75% dei cittadini non si fidi degli altri, diventati improvvisamente un potenziale nemico. Questa tensione si traduce in pulsione antidemocratica, per cui come spiega il rapporto Censis, ben il 48% degli italiani dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni.



Il welfare
 
Secondo il Censis questo smarrimento generale è il frutto di un percorso iniziato come reazione all’incertezza data da un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria: a dominare ora è l’ansia di dover fare da soli rispetto a bisogni non più coperti come in passato. Parte fondamentale dell’emergenza welfare per il Paese è nella condizione di anzianità, dove l’aumento della vita media non è bilanciato con la condizione di una vecchiaia autonoma e non segnata dalla solitudine. 
In dieci anni l’Italia ha perso 1,2 milioni di giovani. Secondi i dati Istat a fine 2018 i cittadini dai 20 ai 34 anni erano pari solo al 16% della popolazione. Sempre nello stesso periodo sono aumentati gli anziani soli. Nel 2018 sono 1,2 milioni gli over 65 che si definiscono isolati e privi di amicizie e di reti al di fuori della famiglia. Questo tende a rendere l’anziano sempre più vulnerabile ed emarginato e accende sempre più la necessità di affrontare questo tema sociale. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2018 in Italia è di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini. Naturalmente, queste dinamiche demografiche incidono pesantemente sugli equilibri del sistema di welfare, anche perché oggi, gli over 80 rappresentano già il 27,7% del totale degli over 64 e saranno il 32,4% nel 2041. Nonostante i miglioramenti complessivi dei livelli di salute della popolazione, l’80,1% degli over 64 è affetto da almeno una malattia cronica, il 56,9% da almeno due. Già oggi la quota di non autosufficienti è pari al 20,8% tra gli over 64, a fronte del 6,1% riferito alla popolazione complessiva, e supera il 40% tra gli ultraottantenni. Il 23,7% degli italiani riconduce la causa del rancore diffuso di questi anni alla crescente disuguaglianza nei redditi e nelle opportunità di lavoro. Il 25% individua in una giustizia troppo favorevole nei confronti dei ricchi, dei privilegiati e dei più spregiudicati un altro elemento che giustifica il risentimento. Tra il 2013 e il 2018 si è ampliata la forbice tra la crescita del Pil e la crescita dei salari reali. Il 12,2% degli occupati in Italia è a rischio povertà, non sorprende quindi che 3 italiani su 4 siano favorevoli all’introduzione del salario minimo per legge.
 

 
Il Terzo settore
 
In Italia ci sono 343.432 istituzioni non profit (+14% tra il 2011 e il 2016) che occupano 812.706 dipendenti (+19,4% nello stesso periodo). Più della metà delle organizzazioni risiede nelle regioni settentrionali (il 28% nel Nord-Ovest, il 23,3% nel Nord-Est), il 22,2% nel Centro, il 26,7% nel Mezzogiorno. La presenza è radicata nei territori, dove il terzo settore svolge una funzione economica e sociale decisiva per le comunità, ma che oggi vive una messa sotto attacco con il relativo rischio di downgrading di fiducia e reputazione nell’opinione pubblica. Tra gli italiani è presente una propensione alla generosità: il 64,1% dei 18-40enni dichiara che gli piace fare qualcosa per gli altri (il 67,9% delle donne e il 65,9% dei laureati).

Tuttavia, affinché questa propensione diventi concreta, occorre che il terzo settore ottenga risultati in ambiti importanti per le persone. Oggi uno dei temi più significativi è quello della relazionalità e della qualità della vita nelle comunità. Il 92% degli italiani dichiara che gli piace o piacerebbe vivere in un contesto in cui le persone si conoscono, si frequentano e si aiutano (il 91,3% nel Nord-Ovest, l’89% nel Nord-Est, il 93,3% nel Centro, il 93,6% al Sud). In un Paese che invecchia rapidamente, dove nascono sempre meno bambini e aumentano le persone che vivono sole, la rete familiare resta il più importante meccanismo di solidarietà tra le persone di diverse generazioni. La capacità di creare relazionalità all’interno delle comunità diventa quindi una priorità. E il terzo settore è uno dei soggetti che può mettere in campo soluzioni.

Aggregazione sociale
 
Gli italiani dispongono di tempo libero in un ammontare mediamente inferiore a quello dei cittadini dei principali Paesi europei. Con 4 ore e 54 minuti al giorno, ci collochiamo infatti al quint’ultimo posto in Europa. In termini percentuali, destiniamo al tempo libero il 20,4% delle nostre giornate feriali, mentre i tedeschi arrivano al 23,4% e i finlandesi al 24,3%. Nonostante la quantità del tempo libero sia inferiore rispetto al resto dei Paesi europei, gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni.