02 agosto 2020

ENI in Mozambico: pericolo per il clima



Sta partendo in Mozambico un gigantesco progetto di estrazione del gas, per conto di Eni, giudicato deleterio sia per il clima che per la biodiversità.

Poco tempo fa il presidente della repubblica del Mozambico, Filipe Nyusi, ha firmato un importante accordo con Eni. La compagnia italiana si è aggiudicata un maxi-contratto per lo sfruttamento di giacimenti di gas offshore (ossia, a mare aperto). Un affare che ha tutte le prerogative per essere molto proficuo per le tasche dei firmatari, ma anche pericolosamente nefasto per la salute ambientale.

Di cosa si tratta
Al di sotto del fondale marino ci sarebbero ben 5 miliardi di metri cubi di gas naturale da estrarre. Per questo scopo è prevista la costruzione di sei pozzi sottomarini, colleganti all’impianto di produzione galleggiante e che attingerebbero a un giacimento a 2.600 metri di profondità. Numeri impressionanti.

Lo sanno bene le multinazionali delle fonti fossili, le quali hanno fortemente spinto affinché si intraprendesse il progetto. Oltre all’italiana Eni, sono coinvolte anche la statunitense ExxonMobil e la francese Total.

Queste compagnie avrebbero deciso di investire cifre elevate per finanziare l’operazione di estrazione – solo la Total avrebbe concesso 25 miliardi di dollari – con l’obiettivo di iniziare a sfruttare il giacimento già a partire dal 2022.

Ma sicuramente il ruolo predominante nell’affare lo occupa Eni. Il colosso energetico, rappresentato dall’amministratore delegato, ha firmato il contratto per il progetto denominato “Coral South LNG”.

Come dichiarato, si tratta di un piano che punta alla “messa in sviluppo e produzione delle importanti risorse a gas” del bacino del Rovuma, all'estremo nord del Mozambico. Una volta estratto, il gas liquefatto verrà venduto alla BP (British Petroleum), la società inglese che rappresenta uno dei quattro maggiori attori a livello mondiale nel mercato dei combustibili.


I vantaggi per il Mozambico

“Per il Mozambico è il primo passo verso la messa in produzione delle ingenti risorse del bacino di Rovuma, per Eni è la conferma della validità della nostra strategia di sviluppo, che guarda al gas come risorsa chiave per la riduzione delle emissioni di CO2 “

Queste sono le parole dell'Eni, sottolinenado che si tratta di un contratto bilaterale anche dal punto di vista dei vantaggi e che, a beneficiare del progetto, non saranno solo le compagnie energetiche.

Infatti Coral South – a quanto dichiarato da Eni – comporterà, economicamente parlando, investimenti per 8 miliardi di dollari e si stima un tornaconto di oltre 16 miliardi per le casse del Mozambico. A questo bisogna poi aggiungere la creazione di nuovi posti di lavoro e l’incremento di industrie e servizi sul territorio a supporto delle operazioni.

Eppure, non tutti sono dello stesso parere. Fernando Lima, giornalista mozambicano di rilevanza internazionale, si è fortemente scagliato contro questo progetto, etichettandolo come un’altra forma di controllo e sfruttamento su un paese africano, esercitato da “forze esterne”.

    “Non mi risulta che porti occupazione ai mozambicani, almeno per quanto riguarda il Coral South. Questo progetto monterà una piattaforma galleggiante, occuperà poca mano d’opera, soprattutto quella locale, e sarà operativo solo nel 2022, se non più tardi.”

Il paese africano da anni riversa in una situazione economica abbastanza gravosa a causa della stretta inflazionistica che grava sui cittadini: secondo le stime, nel giro di un paio d’anni, l’inflazione è passata dal 13,5% al 21%.
Tuttavia, se il profitto economico sarà elevato, il prezzo che il nostro Pianeta dovrà pagare in cambio è davvero troppo alto: estrarre e poi bruciare tale fonte fossile servirà solo ad annullare gli sforzi impiegati negli ultimi anni dalla comunità internazionale al fine di contrastare i cambiamenti climatici. Senza contare i danni di cui sarà vittima l’ambiente locale, in particolar modo la biodiversità marina.


Secondo quanto riportato dall’associazione ambientale francese “Les amis de la Terre”, si tratta di un progetto le cui dimensioni “rappresentano sette volte le emissioni annuali di una nazione, come la Francia”. Già solo questo è sufficiente per comprendere la portata del problema a cui si sta andando incontro.

Come sottolineato da Les amis “Nessuno ha esitato a immergere il paese nella trappola del combustibile fossile, anche se ciò significa peggiorare la crisi climatica, essere complice delle violazioni dei diritti umani e delle pratiche corrotte.”